Chi finisce davvero sul sostegno
Il sostegno dovrebbe essere il ruolo più delicato della scuola.
Significa lavorare ogni giorno con studenti con autismo, disabilità cognitive, disturbi comportamentali complessi, fragilità emotive profonde.
Significa leggere e costruire un PEI, coordinarsi con servizi sanitari, insegnanti, famiglie. Significa avere una vocazione, pazienza, voglia di mettersi in discussione e di imparare a gestire casi anche molto complessi, sempre diversi.
Eppure il sistema italiano continua a trattare il sostegno come una semplice porta d’ingresso nel mondo della scuola.
Con questi nuovi percorsi, chi ha già fatto supplenze sul sostegno potrà ottenere la specializzazione attraverso un corso accelerato.
Fino al TFA sostegno compreso, il sistema prevedeva un passaggio preciso: per specializzarsi sul sostegno era necessario prima ottenere l’abilitazione all’insegnamento su posto comune e solo successivamente accedere alla specializzazione.
Il nuovo modello cambia radicalmente questa logica.
Oggi può accedere ai nuovi percorsi chi ha maturato tre anni di supplenze sul sostegno. Dopo un corso concentrato di pochi mesi, che di fatto si riduce a poche settimane di formazione effettiva, è possibile ottenere la specializzazione, iscriversi ai concorsi e accedere alle supplenze annuali.
Una trasformazione che solleva interrogativi importanti sulla qualità della preparazione richiesta per svolgere uno dei ruoli più delicati della scuola.
Il problema è che per fare supplenze sul sostegno non serve alcuna formazione specifica.
Così può accadere che persone senza una preparazione reale sulla disabilità entrino nel sistema e, dopo qualche anno di supplenze, ottengano una specializzazione con un percorso molto breve.
Il risultato è un paradosso.
Gli studenti più fragili del sistema scolastico rischiano di essere affidati agli insegnanti meno preparati.
Il sostegno usato come trampolino
C’è poi un altro aspetto di cui si parla poco, ma che nelle scuole è ormai evidente.
Oggi il sostegno è diventato di fatto un trampolino per entrare nella scuola.
Molti aspiranti docenti scelgono il sostegno non perché abbiano una vocazione per lavorare con la disabilità, ma perché è la strada più rapida per ottenere una cattedra e, nel tempo, arrivare al ruolo.
Dopo alcuni anni, infatti, è possibile spostarsi su una cattedra curricolare, ed il risultato è un meccanismo distorto.
Persone che ambiscono a diventare insegnanti di materia accettano il sostegno come una fase di passaggio, stringono i denti per qualche anno e poi cercano di spostarsi su una cattedra.
Nel frattempo, però, lavorano con studenti che hanno bisogno di competenze altissime. Con questi studenti lavorano anche persone che non hanno alcuna vocazione o sensibilità per il sostegno, ma che anni fa hanno conseguito il diploma magistrale e oggi accedono al TFA. Stiamo parlando di persone che non hanno una preparazione né pedagogica né psicologica, che magari hanno fatto l’avvocato, la parrucchiera o la cassiera per tutta la loro vita e che oggi vedono nella scuola una possibilità di stabilità lavorativa. Per le famiglie questa situazione è devastante.
Perché il sostegno non è un incarico qualsiasi.
È un lavoro complesso, che richiede pazienza, formazione continua e una vera motivazione.
Quando queste condizioni mancano, gli effetti si vedono subito, a volte creano danni irrecuperabili.
Bambini e ragazzi che non vengono compresi, difficoltà gestite male, strategie educative inesistenti.
Quello che vedono le famiglie
Chi lavora accanto alle famiglie lo osserva ogni giorno.
Come associazione ci troviamo a partecipare a GLO su GLO nelle scuole, proprio perché spesso emergono situazioni in cui gli insegnanti di sostegno non sanno realmente come affrontare le difficoltà degli studenti.
Questo problema va discusso, va sanato, ed è giusto dirlo con chiarezza.
Accanto a docenti straordinari, che scelgono il sostegno per vocazione e che studiano, si formano, cercano strategie e costruiscono rapporti educativi solidi con i ragazzi, esistono anche situazioni molto diverse.
Docenti che non hanno scelto quel ruolo per convinzione, ma perché rappresenta una strada per entrare nella scuola.
Ed è qui che nasce il problema più grande.
Perché i nostri figli non possono continuare ad essere il trampolino di lancio per la carriera di qualcuno che non ha alcun interesse per loro.
Una riforma necessaria
Forse è arrivato il momento di aprire una riflessione più ampia.
Il sostegno dovrebbe avere una graduatoria specifica e distinta, non essere semplicemente una porta di accesso alla carriera docente.
Chi sceglie di diventare insegnante di sostegno dovrebbe farlo attraverso un percorso universitario specifico e coerente, costruito proprio per prepararsi a lavorare con studenti con disabilità, disturbi dello spettro autistico e fragilità complesse.
In altre parole, il sostegno dovrebbe essere una professione scelta e formata, non una fase temporanea della carriera.
Chi decide di intraprendere questo percorso dovrebbe formarsi per diventare insegnante di sostegno, non utilizzare il sostegno come passaggio verso una cattedra curricolare.
Perché lavorare con studenti che vivono situazioni educative così delicate richiede preparazione, competenze specifiche e una responsabilità educativa enorme.
Senza queste condizioni il rischio è concreto: non aiutare gli studenti più fragili, ma al contrario creare difficoltà che spesso diventano molto difficili da recuperare.
Inclusione significa competenza
L’Italia viene spesso citata come esempio internazionale per il suo modello di inclusione scolastica.
Una scelta di civiltà che, già negli anni Settanta, ha superato le scuole speciali e ha affermato il principio che gli studenti con disabilità devono poter vivere e crescere nella scuola di tutti, perché la scuola, proprio come il mondo, è di tutti.
Ma l’inclusione non può essere trattata come viene trattata oggi.
La scuola deve essere costruita sulla competenza.
Se il sostegno diventa una scorciatoia per entrare nella scuola o una fase temporanea da sopportare prima di arrivare a una cattedra di materia, allora quel modello rischia di svuotarsi dall’interno.
Perché l’inclusione non si misura tappando buchi.
Si misura ogni mattina, in classe, nel rapporto tra un insegnante e uno studente.
Ed è lì che si capisce davvero se la scuola sta includendo qualcuno… o se, senza accorgersene, sta semplicemente lasciando qualcuno indietro.
Marie Helene Benedetti
Presidente associazione Asperger Abruzzo







